La giornata si apre con una breve (ma intensa) conferenza che anticipa già lo spirito dell’evento. Tante informazioni, esposte in maniera chiara e fruibile che portano ad un compromesso perfetto tra lo scopo educativo che ogni occasione enologica dovrebbe avere e la piacevolezza della materia.

Il direttore del Consorzio Tutela Lugana DOC, Edoardo Peduto, esordisce sottolineando il non-ovvio. Il successo di questa denominazione, il suo prevalere nel cuore del pubblico sulla moltitudine di denominazioni legate al territorio del Lago di Garda, non consiste (solamente) nella sua ubicazione, bensì nelle spiccate capacità messe in atto nel corso degli anni, sia da parte dei produttori che delle istituzioni (il consorzio in primis) di COMUNICARE in modo sano, sincero e accattivante un vino e un territorio, senza mai scadere nella tentazione di assecondare la fame di volumi a discapito della qualità, anche comunicativa.

Ad alzare ulteriormente il livello qualitativo della conferenza, l’intervento del professor Maurizio Ugliano, Professore Ordinario presso il Dipartimento di Biotecnologie dell’Università di Verona, docente di Chimica Enologica, Tecnologie Enologiche e Wine identity and typicality. Un apporto scientifico argomentato con semplicità e generosità per arricchire conoscenze talvolta basate su “semplici” sensazioni, ossia quelle legate ai sentori dei vini e alla loro evoluzione nel corso dell’affinamento.

Per quanto mi riguarda, a permeare la mattinata intensa di assaggi, c’è stato il sentimento di gratitudine per gli organizzatori, Francesco Mastrosimone e Francesco Bonomi di “Tesori Liquidi”, che hanno buttato il cuore oltre l’ostacolo e hanno, credo con soddisfacenti risultati, dato voce ad un principio che ad oggi è sposato solo dai più attenti appassionati: i vini bianchi italiani non sono buoni solo da giovani, ma diventano ottimi con il passare degli anni.

Ovviamente come ogni principio va associato a tutti i “se” e i “ma” del caso (annata, terreno, esposizione, vinificazione, clima, età della vigna, etc.), ma in generale credo che chiunque abbia un palato che vada oltre il “frizzantino”, non possa negare la piacevolezza di un buon Lugana “vintage”.

I MIEI ASSAGGI

L’esordio è difficile da eguagliare e mi compromette un po’ l’ottimismo per il seguito. Cantina Turina, realtà che ho nel cuore per i loro Chiaretti, anche qui ci regala un’esperienza di attenzione per la vigna, il territorio e le espressioni nel tempo dei vini. L’assaggio più “sorprendente” senza dubbio il vino “base” annata 2022, dove senza sforzo il produttore riesce a portare nel bicchiere un vino di grande armonia e complessità malgrado la semplicità della vinificazione e l’annata non troppo datata. Senz’altro però il più apprezzato della carrellata proposta (in totale 5 Lugana, annata 2022, 2022 riserva, 2023, 2017 e 2018) è l’annata 2017: elegante, garbato, pecca forse un pochino di persistenza ma ti accarezza con un delicato idrocarburo e grafite all’olfatto per lasciare poi spazio a delicate sensazioni di frutta dolce ma aggraziata al palato.

Cascina Maddalena poi non mi delude, loro che sono pionieri di lungo corso delle vecchie annate, con esercizi (ben riusciti) di stile in cui Mattia pensa ogni vino con una visione ampia e comprensiva alternando annate più grasse (fecce che nutrono e arricchiscono e argilla splendida) ad annate più snelle e verticali. Clay rimane il mio preferito…

Altro plauso e applauso a CITARI che non si siede sugli allori di premi e riconoscimenti e anzi si rivela grande produttore dalla spiccata lungimiranza. L’assaggio che ho senza dubbio preferito l’annata 2017, in cui, senza intento di sminuire nel paragone, ti sembra si volare sul Reno e ad occhi chiusi riconosci sentori di Riesling in cui la grafite, l’idrocarburo e l’agrume garbato danzano insieme.

Corte Sermana che ho tanto apprezzato in passato, mi convince al 100% sui vini “base” e mi lascia più perplessa sulle riserve che, forse non ho capito io il senso, non mi sembra abbiano tanto ragione di essere tali. Molto godibili invece i vini meno “selezionati”.

E poi, l’assaggio per me trionfante in questa torrida mattina di inizio Estate: Castrini di Pozzolengo. 6 vini, 6 annate a coprire uno spettro degustativo spettacolare… ogni assaggio una sorpresa in cui non si sente nemmeno da lontano la mancanza di un’annata giovane. A primeggiare l’annata 2015, dove con estrema eleganza e raffinatezza i profumi terziari abbracciano note di frutta leggera e zafferano… questo vino sembra voler trovare ad ogni costo un legame con il territorio in cui è coltivato e concepito e i preziosi stimmi di Pozzolengo.

IL FUTURO DELLA DENOMINAZIONE

Spero questa sia la prima di diverse occasioni in cui imprenditori caparbi e intelligenti riescono a creare un legame ancora più profondo e robusto tra il grande pubblico e produttori di un territorio capito solo a metà.

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