Dalla televisione agli schermi degli smartphone, il passo non è breve se non si possiede una visione chiara e una profonda conoscenza della materia. Adua Villa è riuscita in quella che molti considerano la sfida più difficile: democratizzare il linguaggio del vino senza mai svilirne la complessità. Sommelier, scrittrice e globetrotter del gusto, Adua oggi è una delle voci più autorevoli e seguite nel panorama digital.
In questa intervista per Wine-Therapy, esploriamo con lei la metamorfosi della narrazione del vino, discutiamo del ruolo del “Wine Influencer” oggi e cerchiamo di capire come si possa parlare di eccellenza in un mondo dominato dalla velocità di un reel. Un dialogo tra esperienza tecnica e sensibilità moderna.
L’Intervista
Dalla TV allo smartphone: come è cambiata la metamorfosi del racconto del vino?
La televisione ti chiedeva di entrare nelle case delle persone, dandoti un orario ben preciso; lo smartphone ti chiede di entrare nelle loro giornate. È cambiata soprattutto la relazione: oggi chi segue profili come il mio, (su Instagram @globetrottergourmet), può farmi una domanda, raccontare che bottiglia ha aperto, perfino dirmi che non è d’accordo. È una vicinanza preziosa, ma comporta una responsabilità. In pochi secondi puoi accendere una curiosità; per costruire fiducia, invece, servono tempo, studio e coerenza. Il formato è diventato più breve, la cura che metto nel racconto no.

Qual è il ruolo del wine influencer oggi? È più una questione di autorevolezza o di empatia?
Per me influenzare non significa convincere qualcuno a comprare una bottiglia. Significa aiutarlo a scegliere con maggiore consapevolezza e, magari, a scoprire qualcosa che da solo non avrebbe cercato. Lo faccio attraverso il viaggio, il territorio, una carta dei vini, un evento, una curiosità, un luogo. La competenza è indispensabile: se sbagli o semplifichi troppo, tradisci la fiducia di chi ti ascolta. Ma senza empatia quella competenza resta sulla carta. Il mio lavoro è trovare le parole giuste per far arrivare una storia, senza chiedere a chi ho davanti di superare un esame.
Nella comunicazione del vino, quali sono gli errori più frequenti da non ripetere?
L’errore più frequente è pensare che basti mostrare una bella bottiglia, un vigneto al tramonto e qualche aggettivo come “unico” o “autentico”. Se tutti usano le stesse immagini e le stesse parole, le cantine finiscono per somigliarsi. A chi comincia consiglierei di partire dalle domande: chi siamo, perché facciamo questo vino, che cosa succede davvero qui durante l’anno? Poi sceglierei poche storie concrete e le racconterei con continuità. Anche una difficoltà, spiegata con sincerità, può dire molto più di un’immagine perfetta.
Sulle nuove generazioni e il vino si sente dire di tutto.
Come dobbiamo approcciarci alla Gen Z?
Farei subito una precisazione. Generazione Z chi è nato tra il 1997 e il 2012. Oggi, nel 2026, hanno quindi tra i 13 e i 29 anni, a seconda del compleanno.
Quindi una parte della Gen Z è ancora minorenne. Se parliamo di consumi, dobbiamo considerare i giovani adulti della Gen Z.
Proprio per questo starei attenta a raccontare i giovani come un blocco unico. Il consumo mondiale di vino è in calo, i rossi soffrono di più, ma le ricerche sui comportamenti della Gen Z restituiscono un quadro più sfumato di un semplice “i giovani non bevono”. Intanto la forbice di scelta di cosa bevono è molto ampia , quindi in questa fetta il vino ha diminuito il suo consumo
In più Credo che il linguaggio conti molto, insieme al prezzo, alle occasioni di consumo e al desiderio di scegliere liberamente se bere oppure no. Rendere il vino interessante non vuol dire vestirlo da qualcos’altro o inseguire ogni tendenza. Qualcuno parla di cambiamento dei tempi, forse si, ma il vino, mi piace sottolineare, sia per valore di acquisto, quindi prezzo, che per conoscenza è un prodotto per un consumatore più maturo.
Quanto conta l’integrazione del “lifestyle” nel raccontare il mondo del vino?
Parlo di vino su riviste di Life style del gruppo Cairo , il settimanale F e il mensile Natural Style dal 2016, prima ancora su Vanityfair.it e ora anche su Gusto di Repubblica. Portare l’attenzione sul vino non è facile su queste testate lo faccio tramite la cucina, il viaggio, le tendenze, i fenomeni social e l’ospitalità di strutture alberghiere e non per ultimo il fine dining, parlare di vino significa parlare anche di ciò che gli succede intorno. Avendo sempre ben presente una cosa: la convivialità, parte fondamentale dell’esperienza del vino.
Ci racconti come nasce e come selezioni le storie per il tuo profilo Instagram @globetrottergourmet?
Proprio cosi, nasce prima come un progetto e poi come un profilo su Instagram. Qui scelgo le storie che mi fanno venire voglia di fermarmi, ascoltare e capire. Può essere un Consorzio, una grande azienda o una realtà piccolissima: ciò che cerco è una visione riconoscibile, persone che sappiano spiegare le proprie scelte e un rapporto sincero con quello che producono. Mi interessa il piacere di quel vino, certo, ma anche la cultura, il lavoro e il luogo che ci sono dietro. Quando racconto, devo poter conservare la mia voce e la mia libertà di giudizio. È questo che rende credibile una storia agli occhi di chi mi segue.
Guardando avanti, quale sarà il futuro del racconto e della comunicazione del vino?
Tra solo un anno immagino strumenti ancora più veloci, capaci di produrre immagini, testi e video. L’intelligenza artificiale aiuta a organizzare il lavoro, ma nel tempo sarà ancora più importante capire chi ha davvero visto un luogo, incontrato una persona, assaggiato un vino, il fattore umano sarà sempre di più legato all’esperienza. Intanto il settore dovrà confrontarsi con consumi che cambiano e con persone più attente a quanto, quando e perché bevono.
Per me il racconto del vino avrà futuro se saprà essere più preciso e più umano.
Meno formule ripetute, più domande vere. E anche la libertà di dire: questo vino mi ha sorpresa, questo invece non mi ha convinta. La fiducia comincia da lì.
E soprattutto che bello è poter dire che lo abbiamo trovato: Buono!